Tesi di Laurea sull’architettura scenica e la costruzione del paesaggio

La tesi di laurea, sviluppata nel 2012, nasce da una stretta collaborazione progettuale con il Prof. Gabrio Celani, architetto di raffinata sensibilità e urbanista visionario, capace di leggere il progetto oltre i confini dell’edificio e di ricondurlo a una dimensione più ampia, fatta di territorio, infrastrutture, paesaggio e vita collettiva. Una figura colta, intuitiva e profondamente sperimentale, capace di coniugare rigore progettuale e libertà di pensiero, mantenendo sempre uno sguardo aperto sulle trasformazioni della città e sui nuovi modi di abitare e attraversare lo spazio.

Il confronto con il Prof. Celani ha rappresentato una componente sostanziale dell’intero percorso progettuale. Non una semplice supervisione accademica, ma un dialogo continuo fatto di intuizioni, verifiche, disegni e ripensamenti, attraverso il quale il progetto ha progressivamente assunto la propria identità. Da questo confronto nasce l’idea di non progettare semplicemente un teatro all’interno di un parco, ma di costruire un vero e proprio paesaggio scenico, nel quale architettura e spazio aperto appartenessero allo stesso gesto.

Il termine scenico assume volutamente un duplice significato. Da un lato richiama il teatro, la musica e lo spettacolo; dall’altro descrive un paesaggio costruito attraverso sequenze, quinte vegetali, aperture, variazioni di quota e punti di vista. Il progetto non si offre quindi come un’immagine da osservare frontalmente, ma come uno spazio da attraversare e scoprire progressivamente.

La ricerca prende avvio da una lettura del territorio a grande scala. Morfologia, sistemi naturali, infrastrutture, tessuti urbanizzati e vuoti vengono interpretati come parti di un unico organismo. L’area non viene considerata come una superficie neutra sulla quale collocare nuove funzioni, ma come un sistema già attraversato da direzioni, tensioni e relazioni che il progetto cerca di riconoscere e reinterpretare. È da questa lettura che prende forma il disegno del parco.

Il suolo diventa uno dei principali materiali del progetto. Si piega, si solleva, si abbassa, costruisce margini e accompagna i percorsi, conducendo progressivamente verso il teatro. L’architettura evita così di presentarsi come un volume autonomo appoggiato sul terreno: cerca, al contrario, di emergere dalla topografia, quasi fosse una sua naturale prosecuzione.

Anche la copertura del teatro partecipa a questa logica. Più che chiudere semplicemente un edificio, diventa una nuova linea del paesaggio, mentre gli elementi curvi che accompagnano gli accessi costruiscono una successione di soglie tra interno ed esterno. Il confine tra costruito e natura tende così a farsi più sottile: la vegetazione entra visivamente nell’architettura e l’architettura, a sua volta, modifica il modo di percepire il parco.

Il teatro rappresenta il momento di maggiore intensità del progetto, ma non ne costituisce l’unico centro. L’intero parco viene pensato come una successione di luoghi capaci di accogliere differenti modalità di permanenza, incontro e fruizione. Percorsi, radure, spazi raccolti e aperture verso il paesaggio costruiscono una struttura continua, all’interno della quale la musica e lo spettacolo possono estendersi idealmente oltre i confini della sala teatrale.

In questo senso, il progetto supera volutamente la formula più convenzionale del “parco della musica”. Non si tratta semplicemente di associare uno spazio verde a una funzione culturale, ma di immaginare un luogo nel quale il carattere teatrale appartenga all’intero sistema degli spazi. Camminare diventa parte dell’esperienza progettuale.

La successione delle quote modifica continuamente il campo visivo. La vegetazione nasconde, filtra o improvvisamente apre una prospettiva. I percorsi non rispondono soltanto alla logica del collegamento più breve, ma costruiscono tempi differenti di avvicinamento, pausa e scoperta. L’arrivo al teatro non coincide quindi con un unico gesto monumentale, ma con una sequenza di percezioni che comincia molto prima dell’edificio.

Il progetto viene così costruito attraverso il rapporto tra suolo, movimento e percezione. La sua identità non dipende da una singola immagine, ma dall’esperienza progressiva dello spazio. È nel passaggio tra compressioni e aperture, tra percorsi più raccolti e visuali più ampie, tra natura e costruito, che il paesaggio acquista il proprio carattere scenico.

Anche gli elaborati della tesi cercano di raccontare questa impostazione attraverso scale e linguaggi differenti. Le carte territoriali descrivono le relazioni più ampie; le planimetrie mostrano la costruzione del suolo e dei sistemi di percorrenza; le sezioni e i profili restituiscono il rapporto tra topografia, architettura e vegetazione.

Gli schizzi assumono invece un ruolo più immediato e intuitivo. Pochi tratti a mano libera, segni essenziali e leggere velature ad acquerello cercano di restituire non tanto la forma definitiva dell’intervento quanto la sua atmosfera. Terra di Siena, verdi attenuati e campiture azzurre molto leggere accompagnano il disegno senza saturarlo, lasciando al bianco della carta il compito di costruire luce, profondità e pause. Lo schizzo diventa così uno strumento di pensiero prima ancora che di rappresentazione: un modo per fissare l’idea e il carattere del luogo prima della sua definizione tecnica.

La grafica volutamente sintetica riflette, in fondo, la stessa natura del progetto. Evitare l’eccesso di definizione consente di far emergere con maggiore forza le relazioni tra le parti. Il paesaggio non viene rappresentato come una somma di oggetti, ma come un sistema continuo, capace di modificarsi nel tempo e di offrire percezioni diverse a seconda del percorso e del punto di osservazione.

A distanza di anni, il valore di questa esperienza rimane soprattutto nel metodo attraverso il quale il progetto è stato costruito. La collaborazione con il Prof. Celani ha contribuito a maturare una visione nella quale l’architettura non viene concepita come un episodio isolato, ma come parte di una trama più ampia di relazioni tra suolo, città, natura e movimento.

Paesaggio scenico nasce precisamente da questa convinzione: che un teatro possa essere molto più di un edificio e che un parco possa essere molto più di uno spazio verde.

Il progetto tenta di far coincidere queste due dimensioni, trasformando topografia, vegetazione, percorsi e architettura in un’unica esperienza spaziale.

Non un teatro dentro il paesaggio, dunque, ma un paesaggio che diventa teatro.

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