“Maledetti architetti”: la nostra idea di progetto (partendo da Tom Wolfe)
Partendo da Maledetti architetti di Tom Wolfe, una riflessione sul progetto oggi: tra immagine e uso, tra coerenza e vita reale. Perché una casa non è solo qualcosa da vedere, ma qualcosa che deve funzionare nel tempo
C’è un aspetto di Maledetti architetti che continua a risultare sorprendentemente attuale: non tanto la critica agli edifici in sé, quanto quella al sistema culturale che li produce.
Nel racconto di Tom Wolfe, l’architettura moderna smette progressivamente di essere una possibilità tra le altre e diventa un linguaggio obbligato. L’eredità del Bauhaus e l’influenza di figure come Le Corbusier si consolidano in un sistema coerente, codificato, difficilmente contestabile.
Fin qui, potrebbe sembrare una questione storica. In realtà, il punto è un altro.
Indice
Il progetto e il suo interlocutore
Wolfe suggerisce che, nel momento in cui questo linguaggio si afferma, cambia anche il destinatario del progetto. Gli architetti iniziano a rivolgersi sempre meno a chi abiterà gli spazi e sempre più a chi è in grado di interpretarli: altri architetti, critici, un sistema culturale interno alla disciplina.
Questo passaggio, che può sembrare teorico, ha conseguenze molto concrete.
Lo vediamo anche nei progetti più quotidiani, nelle case, nelle ristrutturazioni: quando il progetto è pensato per essere coerente prima ancora che abitato, tende a funzionare perfettamente sulla carta ma a richiedere adattamenti continui nella vita reale.
Spazi troppo rigidi, distribuzioni poco flessibili, soluzioni formalmente corrette ma poco tolleranti rispetto all’uso quotidiano.
Non sono errori evidenti. Sono piccoli attriti. E sono proprio quelli che, nel tempo, fanno la differenza tra una casa che funziona e una che “resta bella”.
La distanza tra immagine e uso
Uno dei punti più attuali del libro è la distanza che si crea tra il riconoscimento culturale e l’esperienza reale degli spazi. Un progetto può essere perfettamente leggibile, coerente, pubblicabile — e allo stesso tempo poco naturale da vivere.
Questa dinamica oggi è ancora più visibile. Non perché sia cambiata la teoria, ma perché è cambiato il contesto: la rappresentazione del progetto (render, fotografie, immagini) è diventata centrale. Il rischio è che il progetto venga verificato prima come immagine e solo dopo come spazio.
E questo, nella pratica, si traduce spesso in scelte che funzionano molto bene visivamente, ma meno bene nel tempo: materiali delicati, soluzioni troppo “precise”, spazi che non prevedono l’imprevisto.
Cosa significa per chi progetta oggi
Per uno studio come il nostro, che lavora sulla ristrutturazione e quindi su spazi destinati a essere vissuti ogni giorno, la questione è molto meno teorica di quanto sembri. Significa fare una scelta chiara: decidere se il progetto deve dimostrare qualcosa o risolvere qualcosa.
Significa accettare che una casa non è mai un’immagine stabile, ma un sistema che cambia nel tempo, e che il progetto deve essere abbastanza solido da reggere queste trasformazioni. Significa, in molti casi, rinunciare a una soluzione perfetta sulla carta per ottenere uno spazio che funziona meglio nella realtà.
Una lettura utile (davvero)
Maledetti architetti non offre soluzioni operative, ma è utile proprio per questo. Costringe a guardare il progetto da fuori e a riconoscere un meccanismo che, in forme diverse, è ancora presente. Ricorda che ogni progetto implica sempre una scelta di interlocutore e che questa scelta si riflette direttamente su chi, quello spazio, lo userà davvero.
Ci interessa che una casa funzioni dopo un anno, non solo il giorno in cui viene fotografata!




0 commenti